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Sviluppo sostenibile
Honduras
Giu 2024

Cielo in fumo in Honduras, una questione globale

Lunedì 20 maggio Tegucigalpa si è svegliata nel fumo. Il cielo terso e azzurro del giorno precedente sia è completamente oscurato, la visibilità ridotta, l’aria è diventata pesante. Il sito IQAir ha classificato la qualità dell’aria come “molto insalubre”, registrando un picco di concentrazione di PM2.5 di 388.7 μg/m³, pari a più di 77 volte il valore limite raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi valori hanno portato il giorno stesso la Secretaría de Gestión de Riesgos y Contingencias Nacionales (COPECO, omologo honduregno della Protezione Civile italiana) a rinnovare l’allerta rossa per inquinamento atmosferico, emanata per la prima volta il 7 maggio nella capitale e ora estesa a 7 dipartimenti. In queste “zone rosse” il governo ha raccomandato di evitare sport all’aria aperta, indossare mascherine e, quando possibile, lavorare da remoto. L’unica possibilità per far rientrare in breve tempo il picco e limitare i danni resta fuori dalle possibilità umane: è la pioggia che, da quel giorno, si fa attendere.

Nel frattempo, diventa sempre più frequente sentire persone che lamentano sintomi di affaticamento, mal di testa, bruciore agli occhi, tosse, congestione nasale, febbre. In questi casi eccezionali diventa così concretamente evidente il legame, tanto ovvio quanto sottovalutato, tra qualità dell’aria e salute. In particolare, si intravede la pericolosità dell’inquinamento atmosferico, assassino silenzioso che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è causa ogni anno di 6,7 milioni di decessi, arrivando a rappresentare il più grande fattore di rischio ambientale di morte prematura al mondo. In Honduras in particolare, la concentrazione di PM2.5 mantiene una media annuale di 23 µg/m3 (4,6 volte superiore ai livelli raccomandati), portando a un tasso di mortalità pari a 18 decessi per 100.000 abitanti.
A determinare in buona parte la straordinaria concentrazione di questi giorni sono gli incendi boschivi, particolarmente frequenti in tutto il Paese durante la stagione secca. Quest’anno l’inizio della “stagione degli incendi” è stato segnata dal fuoco che, a partire dal 19 marzo, ha divorato il Parco Nazionale La Tigra, il polmone della capitale, con un’eccezionale intensità che ha portato alla distruzione di più di mille ettari di vegetazione, di cui quasi la metà area boschiva, lasciando una ferita ambientale che richiederà molti anni per rimarginarsi.
La crescita di intensità e frequenza di questo dannoso fenomeno in tutto il territorio nazionale non è purtroppo una novità. L’organizzazione Asociación para una Sociedad más Justa denuncia il raggiungimento del record di 3.060 incendi nell’anno passato; una cifra terribilmente alta che quest’anno rischia di essere superata, dato che solo nei primi cinque mesi del 2024 se ne sono già registrati 2.637. La maggior parte di questi incendi sono attribuiti all’azione criminale umana, ma gli effetti degli stessi vengono di anno in anno amplificati dai cambiamenti climatici: l’innalzamento delle temperature e del livello di aridità sono infatti importanti fattori che contribuiscono a quello che viene definito come “fire weather”, ovvero un clima che favorisce la proliferazione degli incendi. Questi ultimi a loro volta contribuiscono all’innalzamento della temperatura locale nonché all’emissione di diossido di carbonio nell’atmosfera che contribuirà ulteriormente al riscaldamento globale.

Come ogni fenomeno climatico, questa dinamica non resta circoscritta all’interno di confini convenzionali, ma si estende sull’intera regione centroamericana. Secondo i dati raccolti dal Global Wildfire Information System, se nei primi 100 giorni del 2024 in Honduras il fuoco aveva già divorato 267.285 ettari, il livello più alto si registra in Nicaragua, con 289.709 ettari, mentre in Guatemala si osservano 211.432 ettari del paese interessati dagli incendi, portando il Presidente a dichiarare lo stato di calamità, poi respinto dal Congresso. Tutto ciò ha contribuito a generare livelli di emissioni di carbonio in tutta la regione centroamericana che risultano complessivamente sopra la media rispetto allo stesso periodo negli anni passati.

Questo circolo vizioso, queste dinamiche globali, questi sistemi climatici tanto ampi e complessi possono facilmente apparire come astratta teoria. Eppure, quando il cielo diventa bianco e l’aria si fa veleno, la teoria cala nella concretezza di ogni respiro, e il più complesso dei sistemi si ripercuote sul più semplice dei gesti.
La pioggia che prima o poi arriverà, non potrà lavare via gli effetti a medio e lungo termine sul piano sanitario, ambientale, climatico ed economico, con le loro importanti ripercussioni. È vitale che resti la consapevolezza di cosa significhi concretamente inquinamento atmosferico per l’essere umano e, soprattutto, che tale consapevolezza si affermi in quei Paesi altamente industrializzati che maggiormente contribuiscono – o hanno contribuito – agli allarmanti livelli di inquinamento globale e cambiamento climatico che segnano oggi il nostro pianeta.
Quando si tratta di ambiente e clima, ogni angolo di mondo è in qualche modo coinvolto. E se questo da un lato significa che è impossibile sfuggire ai sempre più evidenti cambiamenti in corso, dall’altro vuol dire anche che ovunque è possibile fare qualcosa per contrastarli. In altre parole, ogni azione per la sostenibilità e la giustizia climatica, alla fine, contribuirà a riportare l’azzurro anche in questi cieli.

Mentre i principali Paesi emettitori hanno la responsabilità di impegnarsi nella riduzione delle emissioni di carbonio, laddove l’impatto degli effetti dei cambiamenti climatici è più marcato l’attenzione si concentra invece su mitigazione e adattamento. Questo vale soprattutto per le comunità rurali, altamente vulnerabili in quanto strettamente dipendenti dai cicli naturali. In particolare, vale per le comunità rurali del Corredor Seco Centroamericano, un’area geografica che ripercorre la costa pacifica del Mesoamerica, dal Costarica fino al Guatemala, passando per Nicaragua, Honduras ed El Salvador, la cui peculiare posizione geografica determina una esposizione particolarmente elevata agli effetti del cambiamento climatico.
È in questo contesto che si inserisce l’azione di Progettomondo in Honduras. Con il progetto “Comunidades Resilientes”, l’associazione si impegna ad appoggiare le comunità rurali di sei municipi del dipartimento di Choluteca nell’assunzione di un ruolo protagonistico nel rafforzamento della resilienza per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Lontana da ogni logica paternalistica, l’azione di Progettomondo si fonda su un principio di solidarietà, sostenendo le azioni locali a partire dalle istanze locali. Questo significa, ad esempio, fomentare la formazione di reti di realtà produttive del territorio per favorire la condivisione di competenze tecniche, l’identificazione di bisogni comuni e l’elaborazione di soluzioni comuni; valorizzare le esperienze e le iniziative delle realtà già esistenti mettendo in contatto attori e attrici della società civile; facilitare il dialogo con le istituzioni e la partecipazione alla creazione di politiche pubbliche.
In questo mondo così interconnesso, in cui ogni nostra scelta e ogni nostra azione hanno conseguenze globali, che lo vogliamo o no, non ci resta che assumere consapevolezza di queste dinamiche e decidere in che direzione orientare il cambiamento. Per farlo è imprescindibile ascoltare. Ascoltare le esperienze di chi vive tali conseguenze in prima persona: dal cielo che va in fumo alla pioggia che non cade, dal raccolto che non nasce alle difficoltà economiche che si moltiplicano. Ascoltarne le necessità. Quindi, comprendere il nostro ruolo. Infine, unire le forze.

Domenica 2 giugno il COPECO ha finalmente abbassato il livello di allerta in tutto il territorio nazionale, dopo che l’innalzamento dei venti nel corso di alcuni giorni ha portato allo spostamento del fumo e alla riduzione della concentrazione di PM2.5 nell’atmosfera locale. Sebbene l’aria sia tornata più respirabile, il governo raccomanda di “continuare a monitorare il fenomeno, così come la salute delle persone vulnerabili” , in quanto in alcune zone continua a registrarsi un livello di contaminazione pericoloso e l’emergenza non potrà dirsi pienamente rientrata fino all’arrivo delle piogge.
Mantenere l’attenzione quando il pericolo non è tanto visibile da coprire il cielo è difficile. Paura e ansia sono sentimenti che istintivamente cerchiamo di rifuggire e, quando è possibile, è naturale – e persino necessario per la nostra salute mentale – distogliere lo sguardo dalle infinite minacce non immediatamente incombenti che assediano la nostra vita.
Tuttavia, ciò che possiamo fare senza vivere nel terrore è, ancora una volta, assumere consapevolezza. Se non è contemplabile rivolgere costantemente il pensiero alla crisi climatica, all’inquinamento ambientale, alle diseguaglianze sociali, ai conflitti che lacerano il pianeta, a tutte le altre problematiche a esse connesse e, soprattutto, alle vittime delle stesse, possiamo tuttavia rendere giustizia a queste persone tenendole in considerazione nelle nostre scelte: quando pubblichiamo sui social, quando comunichiamo dal vivo, quando consumiamo, quando protestiamo, quando votiamo.
Ognuna di queste scelte partecipa a una ripercussione sul mondo. Questa partecipazione è il nostro potere. Questa partecipazione è la nostra responsabilità.

Matteo Giannitelli
Corpo Civile di Pace

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