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Mondo
Giu 2026

60 anni per un’unica famiglia umana

Nella crisi globale della democrazia,
Progettomondo celebra i 60 anni di attività
e moltiplica gli sforzi per un’unica famiglia umana

Rompere lo schema dei limiti geografici, dei confini e degli Stati per cooperare insieme, come un’unica famiglia umana.
Sono questi i 60 anni di Progettomondo, celebrati a Verona con vecchie e nuove conoscenze e la speranza di poter proseguire negli interventi di cooperazione allo sviluppo, negli anni a venire, in un contesto globale meno oppressivo e distopico di quello attuale.

Tra laboratori e Silent Play immersivi sul cambiamento climatico e la parità di genere, ampio spazio è stato dedicato alla narrazione dei contesti di intervento, nei quali si promuove un cambiamento dal basso, che parta dalle persone e dalle comunità locali.

«La nostra Ong è nata 60 anni fa in America Latina con l’acronimo MLAL (Movimento Laici America Latina) e dopo trent’anni ha raggiunto l’Africa e, più di recente, il Medio Oriente, assumendo il nome di Progettomondo, una realtà non più identificata in un luogo geografico ma pronta a collaborare ovunque vi siano iniquità e soprusi», evidenzia il presidente dell’associazione, Mario Mancini. «L’obiettivo è dare protagonismo ai soggetti che vogliono conquistare diritti basilari, tramite la partecipazione e la condivisione delle scelte, interpretando il contesto locale. Ci siamo però sempre occupati delle cause delle ingiustizie, non degli effetti, mentre oggi il mondo ci costringe ad accompagnare lo sviluppo in contesti di crisi, in una famiglia umana sempre più esposta ad avversità di ogni tipo, tra fragilità politiche, economiche e climatiche».

Proprio di clima ha parlato Erica Beuzer, incalzata dal giornalista triestino Raffaele Oriani, che da due anni si occupa prevalentemente di Palestina ma mantiene uno sguardo attento e scrupoloso sulla complessità mondiale.

«Il Mozambico è compromesso dai cambiamenti climatici, costretto a fare i conti con un’alternanza di siccità estrema e piogge intensissime, che comportano l’esondazione delle aree fluviali», spiega Beuzer. «Almeno una volta all’anno affronta un ciclone potente e, dal 2019 a oggi, se ne sono contati almeno una ventina. Non vi sono sistemi di prevenzione e i livelli di vulnerabilità sono altissimi, in un contesto di forte corruzione politica».

Un tema, quello del cambiamento climatico, destinato a generare sempre più migrazioni e spostamenti di persone, insieme alle instabilità politiche e alla proliferazione di gruppi armati non statali, come quelli che dal 2015 hanno trasformato il Burkina Faso da Paese di pace a territorio che conta oggi 2 milioni e mezzo di sfollati e 10 milioni di persone in stato di bisogno.

Le migrazioni non sono un ambito nuovo per Progettomondo, che da oltre 25 anni opera in Marocco per promuovere da un lato una migrazione responsabile e, sempre più spesso negli ultimi tempi, per dare risposta ai bisogni di chi ritorna a casa dopo esperienze in Paesi europei e deve affrontare problemi di ordine economico e sociale dovuti all’assenza di servizi dedicati.

«Stiamo avviando un progetto sperimentale per valorizzare ulteriormente le competenze di chi è riuscito a integrarsi in Europa, vi vive ancora, ma desidera metterle a disposizione di chi non è partito, per immaginare insieme lo sviluppo del Marocco», racconta la cooperante Giulia Inguaggiato, che riporta anche l’esperienza positiva di due fratelli marocchini emigrati in Germania da ragazzini e costretti a lasciarla una decina di anni dopo perché non in regola. «Si sono rivolti a Progettomondo e siamo riusciti ad accompagnarli nel percorso di reintegrazione nel loro Paese di origine. Oggi in Marocco gestiscono una scuola di tedesco per chi vuole migrare, offrendo supporto anche nelle procedure burocratiche e nella preparazione della documentazione».

Una nota positiva in un’Africa che invece, nella Repubblica Democratica del Congo, sta affrontando le emergenze generate da trent’anni di conflitti e sfollamenti. Qui Progettomondo, come evidenziato dal cooperante Richard Grieco, assiste in particolare le donne, i cui corpi vengono spesso abusati come strumento di guerra, che si trovano a partorire in capanne di due metri quadrati sotto lamiere roventi, persino a pagamento, nella speranza che un’infermiera possa assisterle durante il travaglio.

Se di conflitti si parla nel resto del mondo, la Striscia di Gaza rappresenta un caso a sé, scenario di un genocidio che da oltre due anni e mezzo è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare.

«La Palestina è l’unica parte del pianeta in cui non può entrare nessuno», dice senza mezzi termini la cooperante Elisa Brunelli, in rientro dalla Cisgiordania. «Dall’occupazione di un territorio si è arrivati a una forma di sequestro delle persone, dove c’è chi decide chi mangia, chi può curarsi e chi muore. In Cisgiordania, con l’associazione padovana ACS, continuiamo a operare grazie alla resistenza e alla resilienza delle persone locali, cercando di facilitare l’accesso alle risorse a Beit Furik, collegata al resto del territorio da una sola strada costellata di checkpoint. Dopo il 7 ottobre 2023 ne sono stati allestiti altri 900 e, quando non ci sono i militari, le sbarre vengono chiuse anche per otto ore al giorno. Ma la gente non vuole sentir parlare di sicurezza alimentare. Le risorse non mancano, ma vengono sottratte, mentre il diritto internazionale viene volontariamente sbriciolato».

Proprio questo sbriciolamento metodico e continuo del diritto internazionale ha convinto Oriani, tre mesi dopo l’inizio del genocidio, a dimettersi da Venerdì di Repubblica e a scrivere Gaza, la scorta mediatica.

«La Palestina ci chiama a un senso di responsabilità e complicità che interroga tutte e tutti noi», ha detto in chiusura dell’evento. «Dobbiamo reagire, altrimenti non saremo più in grado di farlo. Continuare a esporci finché ci sarà consentito. E farlo insieme, cambiando il nostro sguardo sul mondo».

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