Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione resta tragica. A soli dieci chilometri da dove, nel 2021, è stato ucciso l’ambasciatore Luca Attanasio, ancora oggi si trovano mine inesplose a pochi metri dai cartelli commemorativi.
“Se nei centri urbani si intravedono segnali di normalizzazione, la vera emergenza si concentra nei campi profughi e nelle aree rurali, dove la popolazione continua a pagare il prezzo più alto del conflitto”, dichiara Richard Grieco, referente di Progettomondo per il Paese africano.
Il controllo del territorio nel Nord Kivu resta il nodo centrale dell’instabilità. Nonostante una calma apparente in alcuni centri urbani, la regione vive una transizione incerta, segnata dall’avanzata del movimento M23 che, nel corso del 2024, ha consolidato la propria presenza a Goma e nelle aree strategiche del Sud Kivu.
Ufficialmente descritto come un gruppo ribelle, l’M23 è notoriamente (pur se non apertamente) sostenuto dal Rwanda, dove da vent’anni regnano i Tutsi, riconosciuti come classe dirigente dagli europei durante le schedature coloniali dell’inizio del Novecento, in un’ideologica talmente radicata che ancora oggi molti credono che chi non sia Tutsi non abbia pieno diritto di appartenere alla società. In questo sistema, i pigmei sono considerati il nulla: vengono trattati come animali, privati di qualsiasi riconoscimento umano e sociale.
Al centro della contesa, però, non c’è solo l’integrità territoriale, ma il controllo di risorse cruciali come coltan, oro e legname, che continuano ad alimentare un’economia di guerra parallela.
Sullo sfondo del conflitto rimane lo sfruttamento sistemico nelle miniere, come la “29/29” di Goma, simbolo di un contrasto stridente: da un lato i profitti miliardari delle multinazionali, dall’altro lavoratori e minori che guadagnano pochi dollari al giorno in condizioni di altissimo pericolo.
“Paradossalmente, oggi Goma appare più sicura rispetto agli anni passati. La città ha vissuto uno sviluppo urbano visibile, con strade asfaltate e una drastica riduzione dei rapimenti o della presenza di bambini di strada o persone con gravi disturbi mentali abbandonate in città. Tuttavia, si tratta di una sicurezza fragile”, fa presente Grieco. “Fuori dalla città la situazione non è cambiata. Le strade sono rimaste le stesse, l’accesso alla scuola è estremamente limitato e le strutture sanitarie versano in condizioni gravissime. Le sale parto, in particolare, sono spesso ambienti senza luce, con infiltrazioni d’acqua, dove nascono decine di bambini ogni giorno. In queste condizioni è quasi impossibile garantire la sopravvivenza e la salute di madri e neonati. Prima del nostro intervento, le donne partorivano su semplici brandine, senza nemmeno un materasso”, spiega sempre Richard Grieco. “In questo contesto, le famiglie sono spesso costrette a pagare per servizi fatiscenti, a meno che non intervengano le organizzazioni umanitarie a coprire i costi”.
Ogni centro registra in media circa 60 parti al mese. Per accedere anche a strutture fatiscenti, le famiglie devono pagare circa 5 dollari, quando riescono a permetterselo, salvo nei casi in cui intervengano associazioni umanitarie a coprire i costi.
Grazie al progetto “Emergenza Nord Kivu“, finanziato dall’8×1000 della Chiesa Valdese, e realizzato insieme ai partner locali ACS Congo e Aefev, abbiamo contribuito a garantire alle donne e alle famiglie sfollate del territorio di Nyiragongo strumenti concreti di tutela della salute e della dignità, con la distribuzione di kit di prevenzione neonatale e kit di dignità in tre località: Kasizi, Byungo e Kasumba, per un totale di 260 kit distribuiti. Piccoli interventi, ma fondamentali per restituire protezione, igiene e sicurezza dove anche i servizi essenziali sono compromessi.
Conclude Grieco: “Nonostante la precarietà, si registra una timida tendenza al rientro. Molte persone che erano fuggite verso i campi profughi dell’aeroporto di Goma stanno cercando di tornare alle proprie case. È un ritorno spesso fatto a piedi, senza mezzi economici, spinto dal desiderio di riappropriarsi della propria terra nonostante le cicatrici lasciate dalle divisioni etniche, eredità di una stratificazione sociale coloniale mai del tutto superata”.