A 29 anni, la leader asháninka Maritza Díaz Contreras affronta una strategia di intimidazione — denuncia penale, molestie e sorveglianza — per aver difeso il territorio ancestrale del suo popolo.
Il suo caso non è isolato: mostra come la criminalizzazione delle autorità indigene punti a indebolire l’autonomia comunitaria e a facilitare lo spossessamento territoriale. Di fronte a tutto questo, Santa Rosa de Panakiari si organizza e resiste in difesa collettiva del proprio territorio e del proprio futuro.
«Qui hanno vissuto i miei antenati, i miei nonni. Non è giusto che arrivino terzi e ci privino della nostra terra», dice Maritza, capa della Comunità Nativa Santa Rosa de Panakiari, situata nei dintorni di Satipo, nella Selva Centrale. Questo territorio è stato abitato ancestralmente da generazioni di famiglie asháninka, che Maritza oggi rappresenta e guida in una disputa territoriale che minaccia la sovranità territoriale e i diritti della comunità, oltre alla sicurezza sua e della sua famiglia.
Nel gennaio 2025, Maritza Díaz Contreras è stata denunciata da un vicino per presunta usurpazione aggravata di una parte del territorio che, come hanno confermato le perizie, appartiene storicamente alla comunità. Dall’inizio del processo di georeferenziazione, fase fondamentale per il riconoscimento del diritto territoriale della comunità indigena, i proprietari dei terreni confinanti hanno avviato una serie di azioni di molestia, rivolte prima contro la capo comunale e poi contro altri rappresentanti di Santa Rosa de Panakiari.
«Sono stata vittima di molte situazioni sul piano personale: persone sconosciute mi seguono o fotografano le attività che svolgo ogni giorno. Anche la stessa Polizia Nazionale è arrivata a intimidire tutta la comunità senza avere alcun documento che la autorizzasse. È una mancanza di rispetto», afferma Maritza, che ben conosce le sfide che comporta essere donna e giovane leader indigena. A 18 anni ha assunto per la prima volta la guida della comunità, incarico generalmente ricoperto da uomini, in un contesto di transizione e incertezza per il suo popolo. Oggi, madre di due figli, torna a guidare la difesa del territorio di Santa Rosa de Panakiari in un conflitto che non riguarda soltanto la sua comunità, ma si inserisce in un processo più ampio, che si trascina da anni e mette a rischio la sovranità indigena e quella delle comunità vicine.
L’attuale conflitto territoriale non è il primo affrontato dal popolo di Santa Rosa: la lotta per il riconoscimento dei propri confini è un elemento ricorrente dell’esperienza indigena. Secondo la testimonianza di Rosa Elsa Loayza Meza, saggia e anziana di Santa Rosa, i fondatori della comunità — tra cui suo marito Antonio Ungaro — negli anni Settanta dovettero recarsi più volte negli uffici competenti di Lima e Huancayo, rivolgendosi a diversi avvocati per ottenere risposte dallo Stato e il riconoscimento dello status comunitario. Non fu un processo pacifico: «Fin dall’inizio, per formare la comunità abbiamo sofferto. Alcuni sono stati arrestati, altri sono morti», racconta l’anziana. E aggiunge: «Alejandro Contreras, nonno di Maritza, fu uno dei fondatori: lo portarono via e lo fecero sparire».
Oggi Maritza Díaz Contreras continua la lotta dei suoi antenati per il territorio comunitario che, con il passare del tempo, è diventato oggetto di un crescente interesse esterno a causa della sua posizione strategica. L’area contesa confina infatti con la strada asfaltata Satipo–La Merced, un’arteria ad alto traffico che ne aumenta notevolmente il valore economico. Questo contesto ha favorito la comparsa di interessi privati che cercano di rivendicare diritti su uno spazio storicamente occupato dalla Comunità Nativa Santa Rosa de Panakiari.
Le pressioni esterne di privati che cercano di appropriarsi delle terre indigene derivano da processi di espansione urbana, lottizzazione informale e traffico di terreni, fenomeni sempre più diffusi nelle regioni di Junín, Oxapampa e Huánuco.
Il procedimento penale contro la Comunità Nativa Santa Rosa de Panakiari non nasce da una controversia improvvisa sulla proprietà di un terreno. Ha invece origine nella difesa del territorio guidata dalla capo comunitaria Maritza Díaz Contreras, che entra in conflitto con interessi privati, aggravati dalle lacune nella titolazione e dalla recente georeferenziazione del 2024.
Il 24 gennaio 2025, Maritza Díaz è stata denunciata presso la Procura di Satipo per presunta usurpazione aggravata. La denuncia è stata presentata da un vicino residente in un’area adiacente alla comunità, che sostiene di essere proprietario di circa nove ettari di terreno, senza però dimostrare che l’area rivendicata coincida con quella storicamente occupata dalla popolazione asháninka.
La denuncia non ricostruisce né il luogo né il momento del presunto spossessamento, ma individua nella capo comunitaria il principale bersaglio. Un fatto non secondario: colpire chi guida significa mettere in discussione e indebolire l’intera struttura di governo comunitario.
Durante la fase preliminare dell’indagine, sono stati gli stessi strumenti tecnici dello Stato a smentire l’accusa: le perizie agricole hanno certificato che le coltivazioni di cacao e ananas presenti nell’area hanno più di dieci anni e sono quindi anteriori alla presunta data di utilizzo del terreno dichiarata dal denunciante; le perizie catastali hanno inoltre confermato che il terreno regolarmente registrato come appartenente al vicino — situato dall’altro lato della strada che conduce a Santa Rosa de Panakiari — non comprende l’area contesa.
Nonostante queste prove, l’indagine non è stata archiviata. Il procedimento potrebbe portare a una condanna fino a dodici anni di carcere, sebbene le perizie abbiano confermato l’occupazione ancestrale del territorio da parte della comunità.
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Alice Ferrari
Servizio Civile Progettomondo Perù