Cosa succede quando un campo da calcio, un pallone da basket o un’acrobazia di circo diventano molto più di una semplice attività sportiva? Succede che si trasformano in un Terrain de Protection, ossia un Terreno di Protezione. Da qui il titolo del progetto che, nel corso del suo primo anno di implementazione in Marocco, ha trasformato lo sport in uno strumento concreto di protezione, inclusione sociale e miglioramento del benessere psico-fisico.
Realizzato da Progettomondo, in partenariato con UNHCR Maroc, e finanziato da LIV Golf, il progetto si inserisce nel programma globale Sport for Protection, rispondendo ai bisogni di persone rifugiate, richiedenti asilo e membri delle comunità ospitanti.
Tre città, un obiettivo comune
Rabat, Casablanca e Oujda: tre contesti diversi, un’unica visione. Tra luglio e dicembre 2025, il progetto ha realizzato otto cicli sportivi, con sessioni settimanali di calcio, basket e arti circensi.
Oltre 400 persone, tra i 4 e i 45 anni, hanno partecipato attivamente alle attività. Di queste, il 75% composta da persone rifugiate e richiedenti asilo, provenienti da tutta l’Africa Subsahariana e dall’Asia Occidentale e il 25% da persone marocchine.
Le attività del progetto sono state strategicamente realizzate nei quartieri a più alta densità di rifugiati e richiedenti asilo, trasformando i campi da gioco in vere e proprie palestre di coesione sociale. Questo approccio ha permesso di coinvolgere attivamente anche giovani persone marocchine, residenti in quelle stesse aree, abbattendo le barriere del pregiudizio attraverso la pratica sportiva condivisa. La ricchezza del progetto è testimoniata dalla straordinaria varietà di origini di chi vi ha partecipato: una comunità multiculturale dove spicca la presenza di persone sudanesi (38,9%), marocchine (25,3%), guineane (11,2%) e maliane (6,1%), tutte unite dalla stessa passione: lo sport.
Un’attenzione particolare è stata rivolta alle persone giovani, a minori non accompagnati e alle donne – spesso sopravvissute a violenze di genere e/o mamme single di bambini piccoli – adottando un approccio inclusivo, attento alle vulnerabilità dei singoli e delle comunità.
Oltre alle attività sportive, il progetto ha offerto anche un atelier di golf di due giorni, offrendo alle persone partecipanti l’opportunità di avvicinarsi a una disciplina nuova, capace di stimolare concentrazione, fiducia in sé e rispetto reciproco, e di ampliare ulteriormente gli spazi di incontro e benessere psicosociale, occupando anche luoghi notoriamente escludenti ed elitari come i terreni di golf.
Molto più dello sport
Nel progetto ‘Terrain de Protection’, lo sport non è mai stato fine a sé stesso. I campi sono diventati spazi sicuri, luoghi in cui rafforzare la fiducia in sé, l’aiuto reciproco, la gestione delle emozioni e il senso di appartenenza. Ma anche spazi fondamentali per identificare i bisogni, intercettare situazioni di vulnerabilità e orientare le persone verso servizi e partner specializzati in Marocco, costruendo percorsi di accompagnamento adeguati.
‘Terrain de Protection’ ha insegnato come creare e condividere spazi. Spazi per giocare, ma anche per fallire, per stancarsi, per discutere e non essere d’accordo, per ridere senza misura, per allontanarsi per qualche giorno e poi tornare. Spazi in cui le vite di persone rifugiate e migranti non vengono trasformate in narrazioni strazianti ed eroiche, ma restano ancorate alla quotidianità. Sul campo, ciò che conta è la presenza, la collaborazione, la continuità fino alla fine della partita – anche e nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le tensioni.
Il progetto ha dimostrato come la protezione di persone rifugiate e richiedenti asilo non implichi soltanto l’offerta di servizi tangibili, come alloggio, vitto e assistenza medica. Talvolta, protezione diventa anche sinonimo di continuità e familiarità. Proteggere significa creare spazi sicuri dove costruire lentamente, insieme, anche in contesti tutt’altro che stabili; spazi accoglienti, in cui le persone si sentano viste e ascoltate; spazi familiari dove poter tornare a giocare ogni settimana, sapendo di essere aspettate, aspettati.
Il valore del progetto risiede proprio nel riconoscere lo sport come strumento di aggregazione sociale, co-regolazione emotiva, espressione del sé e dialogo con l’Altra persona. Uno strumento capace di creare ponti tra comunità e favorire la coesistenza pacifica, al di là delle differenze di lingua, genere, nazionalità o status.
Un racconto che continua anche attraverso il cinema
A suggellare questo primo anno di attività sportive, Progettomondo ha organizzato, in collaborazione con l’Association des Rencontres Méditerranéennes du Cinéma et des Droits de l’Homme (ARMCDH), un cine-dibattito al Cinema Renaissance di Rabat, con la proiezione del documentario egiziano ‘Captains of Zaatari’. Il film, acclamato a livello internazionale e proiettato in oltre 80 festival, racconta la storia di due giovani rifugiati per cui il calcio diventa un orizzonte di speranza. Un racconto potente che dialoga profondamente con lo spirito del progetto ‘Terrain de Protection’: non lo sport come promessa irraggiungibile (statisticamente) di successo, ma come spazio di dignità, espressione e possibilità.
Alla proiezione è seguito un dibattito moderato da Fadoua Maroub – Presidente di ARMCDH e partecipato da ragazze e ragazzi protagonisti delle attività sportive, seguito poi dalla proiezione del corto-metraggio di progetto, realizzato dal fotografo e video-maker Nizar Laajali, che restituisce uno sguardo intimo e autentico sulle attività e sulle persone coinvolte.
Guardando avanti
Questo primo anno ha posto basi solide: reti sociali rafforzate, comunità coinvolte, fiducia costruita sul campo. Le attività hanno dimostrato che investire nello sport come strumento di protezione significa investire nelle persone, nelle relazioni e nella possibilità di un futuro in Marocco che appartenga a tutte e tutti.
Ed é proprio questo l’orizzonte su cui si affaccia il secondo anno di progetto, con l’ambizione di continuare a creare spazi sicuri, connessioni intra comunitarie significative e percorsi di accompagnamento solidi, partendo da un gesto semplice ma potentissimo: giocare insieme.
Alessia Masin;
Servizio Civile Progettomondo in Marocco
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