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Migrazione
Gen 2026

Il vodcast che trasforma le storie di migrazioni in arte e comunità

“Queste non sono solo storie di migrazione, sono storie di resilienza, dignità e della capacità umana di ricostruire casa. Ovunque”.  Valentina Grossi e Maria Egizia Fiaschetti di Female Cut presentano il nuovo vodcast documentario prodotto da Hypercast e CUT& editing & more, in collaborazione con Progettomondo.

Il titolo del progetto è Sanctuary City Project @Rome, un’iniziativa itinerante degli artisti Sergio De La Torre e Chris Treggiari che crea in ogni città uno spazio di dialogo e accoglienza – un vero “santuario” – dove le storie di migrazione diventano arte, riflessione e comunità. “Incontriamo persone che hanno attraversato deserti, mari e confini, portando con sé sogni, paure e una forza incredibile”, dicono. “Li coinvolgiamo con laboratori di serigrafia perché possano esprimere il loro concetto di migrazione, cosa significhi per loro la parola migranti”.
Progettomondo, da anni impegnato nella promozione di una migrazione responsabile e nel dare supporto a chi, dopo un tentativo di crearsi un futuro migliore all’estero, ha poi scelto di rientrare nel proprio Paese d’origine, ha collaborato a tale progetto artistico e sociale
 approdato al MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia di Roma, unico Museo Abitato del mondo.

“Ospitalità significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo sulla terra di un altro”.
Immanuel Kant, Per la pace perpetua

Al MAAM vivono circa 200 persone provenienti da Perù, Sudan, Tunisia, Marocco, Etiopia e altri Paesi. Nel 2009 hanno occupato lo stabile industriale Fiorucci abbandonato da tempo, trasformandolo in una comunità interculturale vibrante.
L’antropologo e artista Giorgio de Finis, per proteggere tale comunità, ha avuto l’intuizione di creare una “barricata d’arte”, divenuta realtà grazie a nomi di spicco come Millo, Lucamaleonte, Pivsk, Hitnes, Gian Maria Tosatti, Eduardo Kobra e Michelangelo Pistoletto. La soluzione definitiva è arrivata quando il Comune di Roma ha acquisito la proprietà per donarla alla comunità, riconoscendo finalmente il valore di questo esperimento di convivenza.
Tra le opere d’arte si intrecciano le storie di Sara, Hassan, Lobna, Ida e Abbay, che aprono le porte delle loro vite, mostrando cosa significhi davvero lasciare tutto, ricominciare e trovare casa in un luogo in cui non vi sono riferimenti. Spiegano anche quanto hanno rischiato, e quanto, oggi, la migrazione non ufficiale sia diventata sempre più rischiosa.

Sara, originaria del Perù, all’interno del museo abitato viene soprannominata “la Sindaca”. Del resto è stata una delle prime persone a occupare lo stabile Fiorucci, che poi è diventato la sua casa. Ci racconta di come è arrivata a Roma dal Perù, di come ha lasciato la sua terra e la sua famiglia, e di come è riuscita a concedersi la dignità e i diritti che pensava di non meritare. Il suo sguardo da guerriera e le sue parole dalla dolcezza sorprendente, ci spiegano come è possibile creare una comunità che racchiude lingue, religioni, storie e provenienze completamente diverse e sentirsi tutte e tutti sempre uguali.

Hassan è giunto in Italia dal Sudan, attraversando il deserto e il Mediterraneo. “Quando il cielo si attacca al mare”, dice, riferendosi al momento in cui, viaggiando su un barcone, la paura si sente tutta. Ha un sorriso smagliante, lavora da Ikea ma fa anche il sarto e accompagna suo figlio a calcio tutti i giorni. Tra una battuta e l’altra racconta di come è scappato dal Sudan, passando per il Ciad e il Niger, per accorciare il tratto di deserto da attraversare, del soggiorno in Libia, della traversata del Mediterraneo e delle molteplici volte che è stato in carcere, dove ha imparato l’Italiano. Ma solo una volta ha avuto paura: quando l’azzurro del mare e del cielo si sono mescolati fra di loro, senza più poter vedere un orizzonte.

Lobna è arrivata dalla Tunisia 25 anni fa con visto turistico, per lavorare e aiutare la famiglia. Ha quattro figli, porta il velo ma a casa sua è lei a indossare i pantaloni.
Oggi sa bene che la realtà è molto diversa e si preoccupa tutti i giorni per gli amici o i parenti giovani che vogliono intraprendere viaggi pericolosi senza pensare a quello che si lasciano indietro. Il suo più grande dispiacere è vedere sua madre solo una volta l’anno, ora cha ha i documenti, e sentirsi sempre ospite nel suo Paese che non sa più se è l’ltalia o la Tunisia.

Ida ha 60 anni e la difficoltà di integrazione è una storia che ha ereditato dalla sua famiglia: è figlia di padre tedesco e di madre marocchina ma sua nonna non ha mai accettato il matrimonio. Alla separazione dei genitori lei torna in Marocco con la madre. Venuta in Italia si è sposata, ha trovato un lavoro, si è bene integrata, ma dopo un grave lutto e un lungo periodo di malattia, ha perso il lavoro e l’Italia le presenta il conto ricordandole che è sempre un’immigrata.

Abbay in fuga dall’Etiopia in guerra. Una notte, senza preavviso, scopre che sta per essere arrestata, scrive una lettera alla madre e scappa via senza nemmeno salutarla. Attraversa tutto il Sudan e la Libia, dorme per strada, si nasconde in un camion di pecore, scappa dalla polizia con un ingenuo stratagemma, poi la traversata del Mediterraneo. Riesce a ricongiungersi con il suo compagno e ad arrivare in Italia, ma non trova l’accoglienza che immaginava. Non subito almeno.

Sanctuary City Project @Rome è stato ideato e realizzato da Valentina Grossi e Maria Egizia Fiaschetti per il progetto Female Cut, con regia e montaggio di Valentina Grossi, suono di Giulia Macciocca, musiche originali dei Violet Monkey e grafiche di Giulia Dedola.

Link al vodcast:

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